
Una performance coinvolgente già dall'ingresso al Teatro Studio, tramite un foglio attaccato ad ogni sedia con parte della traduzione dei testi latini cantati. Un inizio nel buio totale del teatro e poi 11 performer, nella profondità del palco, illuminati da una lieve luce che permette di distinguerne solo le sagome. Due alla volta si avvicinano al pubblico, disponendosi in linea dietro ad un'arpa e una scatola shruti in primo piano. Proprio con il suono dell'arpa i performer iniziano ad armonizzarsi intonando coralmente "Veni" e proseguendo con il testo latino.
Mediante un alternarsi di usi delle voci ed unione o di dissonanza tra esse, la performance musicale corale intona quattro tipi di canti sacri e popolari separati da diversi assoli.
La sensazione ipnotica e surreale di tale spettacolo, nonostante si tratti ancora di uno studio, sta nella solitudine dei Performer totalmente fermi sul palco, ad eccezione di due movimenti lenti compiuti all'unisono l'uno quasi a chiamare a loro il pubblico e l'altro levando braccia e sguardo verso l'alto fino ad arrivare ad abbracciarsi quasi incatenandosi gli uni agli altri. Gli attori si presentano inoltre vestiti di nero senza uno specifico criterio se non appunto il colore che li unisce, e in antitesi ai loro corpi immobili, i volti sono mossi dal canto e colmi di espressività. La sacralità è inoltre resa grazie ai silenzi del canto totalmente eseguito a cappella nel quale gli attacchi canori vengono infatti dati solo dai respiri dei performer.
Veni, nella sua penombra sembra in realtà sprigionare una luce quasi divina che vuole richiamare ad un'elevazione, condurre lo spettatore in un limbo guidato e manipolato dalle voci dei performer. Nell'apparente nulla in cui si viene portati pare, in modo antitetico, di trovare completezza e totale armonia. Infine, nonostante la loro immobilità, con il loro canto evocativo,
i performer sono in grado di coinvolgere, catturare e smuovere il pubblico solamente grazie alla loro voce.
Aurora Franchi
Dopo diversi secondi iniziali di buio si presentano undici ragazzi, illuminati da una luce calda che gradualmente assume intensità, essa mette in risalto i volti concentrati dei coristi. Questi ultimi indossano abiti moderni, di diverso stile ma con la stessa palette di colori scuri, tendenti al nero.
In scena sono presenti due strumenti musicali, un’arpa e una valigetta a fisarmonica che saranno utilizzati di tanto in tanto da due interpreti, probabilmente per intonare il coro.
Lo spettacolo è statico, non ci sono movimenti se non dei lenti gesti con le braccia che i coristi fanno in due momenti diversi della performance. Anche il canto è lento, pieno di ripetizioni e inizialmente presenta un unico tono, poi con l’aumentare delle voci parte l’armonizzazione e diverse figure di suono iniziano finalmente a intrecciarsi tra di loro.
La poesia che stanno cantando rimanda ai canti popolari e viene cantata in lingua latina.
Lo spettacolo crea fin da subito un ambiente particolare, rendendo lo spettatore impaziente verso ciò che sta per accadere. Successivamente, quando è stata suonata l’arpa per la prima volta, il canto inizia e tutte le voci stanno cantando all’unisono, lo spettacolo si stabilizza diventando un lento e ripetitivo insieme di voci intonate tra loro.
Lo spettatore a questo punto non può far altro che ascoltare e notare il contrasto di voci e suoni, dalla differenza di tonalità dei due strumenti in scena (quindi la musica dolce emessa dall’arpa e il forte e particolare suono della fisarmonica) e dall’accostamento di momenti molto rumorosi a momenti invece di totale silenzio.
Inoltre, la staticità quasi totale dei coristi, rende i pochi semplici movimenti presenti ricchi di significato ed espressività. L’insieme di questi particolari colpisce e fa sì che lo spettacolo, all’apparenza poco coinvolgente, abbia la capacità di prendere il pubblico in modo unico e nuovo.
Beatrice Rossi
Il palco è buio. Nessun rumore, solo il silenzio compatto della sala in attesa. È in questo vuoto sospeso che prende vita Veni, uno spettacolo che si rivela più come un rito che come una semplice performance musicale. Si accendono delle luci fioche dall’alto e undici ragazzi si avvicinano lentamente, emergendo dal buio come visioni. Camminano con passo misurato, quasi liturgico, e si posizionano in riga, uno accanto all’altro, formando una linea silenziosa e solida. Quando si accendono le luci frontali, la scena si rivela essenziale, spoglia: due strumenti appoggiati sul palco e i volti assorti degli interpreti. Uno di loro, con gesti lenti e precisi, prende in mano uno degli strumenti e ne fa vibrare poche note, leggere ma dense. Poi, all’improvviso, una ragazza rompe il silenzio con la voce: un suono puro, carico di intenzione. Lentamente gli altri la raggiungono, intrecciando linee melodiche che si sovrappongono e si allontanano come onde. Le melodie si alternano: alcune sono più intense, quasi feroci nella loro urgenza, altre più delicate, leggere come preghiere sussurrate. I corpi restano fermi. Nessun movimento scenico, nessuna coreografia. L’unica danza è quella delle voci e dei respiri che, presi all’unisono, guidano l’inizio di ogni brano come un soffio condiviso. Nei momenti di silenzio, tra un canto e l’altro, piccoli gesti lenti segnano il passaggio da una composizione all’altra. Il tempo si dilata, e ciò che accade sul palco sembra sospeso tra il presente e un altrove indefinito.
Lo spettacolo trasporta l’ascoltatore in un’altra dimensione, dove il significato non passa solo attraverso le parole, ma attraverso il suono, l’energia, la presenza. Anche se i testi, in latino, non sono immediatamente comprensibili il senso arriva comunque, filtrato dall’intensità delle voci e dalla loro armonia profonda. Si percepisce chiaramente una componente sacra, quasi rituale, che attraversa ogni brano come un filo invisibile. È una sacralità che non ha bisogno di una religione specifica: è antica, arcaica, terrena e celeste insieme. Attraverso queste canzoni si sentono affiorare le radici comuni che uniscono le culture del Mediterraneo. Si riconosce l’anima dei popoli che per secoli hanno cantato questi brani, li hanno tramandati, li hanno fatti diventare memoria collettiva. Ogni voce è un frammento di storia, ogni armonia è una traccia di vita vissuta, ogni silenzio è un respiro condiviso da generazioni lontane. L’inizio dello spettacolo è netto, incisivo. Il pubblico viene preso per mano e portato dentro, come in un ingresso cerimoniale. La fine, invece, si dissolve lentamente. Non c’è un momento preciso in cui tutto si chiude: il canto sfuma, si allontana, si fa eco. Si ha la sensazione che la musica non finisca, ma continui a vibrare da qualche parte, fuori dalla scena. VENI non si conclude, semplicemente svanisce, lasciando dietro di sé un silenzio pieno di significati.
Alessia Prini
Veni è un rituale che riunisce varie tradizioni canore del Mediterraneo. L’uso della lingua latina rende ancora più puro il contenuto religioso che vuole trasmettere assieme alla maestosità data a tutta la cerimonia. La quasi totale assenza di movimenti, o comunque la lentezza dei gesti rendono austero l’ambiente e amplificano la solennità. Tuttavia ho trovato in vari momenti difficile seguire il contenuto del canto, l’ambiente che si è creato mi è risultato pesante e oscuro.
Paolo Meneghetti