IL GIORNALE DEL FESTIVAL
FRUTTI DEL LABORATORIO CRITICO CHE CAVOLO GUARDI?
Anche quest'anno il Festival Opera Prima, organizza un laboratorio di sguardo sugli spettacoli rivolto a spettatrici e spettatori di tutte le età.
Sono entrato in una piccola roulotte con sette sedili. Si è presentato l’attore Luca che ha affidato a ciascuno degli spettatori una grande conchiglia.
Il collettivo MOMEC spiega in modo molto diretto e impattante come anche solo una piccola percentuale del 3.5% possa fare la differenza davanti alle ingiustizie.
Lo spettacolo si è svolto il 10 giugno alle ore 21, presso il Teatro Studio di Rovigo. Appena entrati dall’ingresso principale, noi spettatori siamo stati accompagnati direttamente sul palcoscenico, il luogo stesso in cui si sarebbe sviluppata l'azione.
L'Edipo dei Mille stravolge l'idea abituale di teatro e di spettacolo, che normalmente prevede un gruppo di spettatori seduti a guardare degli attori, non di rado un solo attore o una sola attrice, sul palco.
Lo spettacolo propone una lettura e reinterpretazione delle poesie di Mahvash Sabet, poetessa iraniana dalla quale il duo trae i testi, rielaborandoli attraverso musiche originali e una propria ricerca espressiva.
Lo spettacolo prende spunto dal romanzo Frankenstein, ma non ne propone un semplice adattamento. Infatti si concentra sulla trasformazione del Mostro: da essere che desidera essere accettato a figura dominata dalla rabbia e dal desiderio di vendetta.
Realizzata all’aperto, la performance inizia con le due danzatrici poste ai lati opposti dello spiazzo. I loro movimenti le portano ad avvicinarsi e allontanarsi continuamente, in un susseguirsi di incontri, inseguimenti e momenti di quiete.
Durante lo spettacolo mi ha colpita particolarmente la musicalità della voce di Roberto Latini, così roca e profonda da suscitare emozioni forti e talvolta nascoste nell’animo dell’ascoltatore. L’accompagnamento svolto da Gianluca Misiti consisteva in una melodia a tratti armoniosa, leggera e soave, e in altri momenti forte, tuonante e severa.
La performance nasce dall'incontro con la figura e l'opera di Francesca Woodman, fotografa celebre per i suoi autoritratti enigmatici e per la sua ricerca sul corpo e sull'identità.
Fronzi inizia la presentazione suddividendo il proprio libro in 2 livelli: un primo, dove analizza filosoficamente la performatività, un secondo in cui la ricostruisce con figure storiche.
Lo spettacolo ha visto l’esibizione di due danzatori e due danzatrici. L’inizio è l’esaltazione dello YES in un tripudio di gioia, di movimenti esultanti: l’affermazione di un sì alla vita. Il secondo momento è il NO, espresso con movimenti del corpo in conflitto, fatto di sguardi verso il pubblico di disapprovazione, di negazione, espressi in modo deciso e senza esitazione.
Lo spettacolo racconta la storia dell’artista palestinese Karim Shaheen, soprannominato “War Maker” a causa delle coincidenze che hanno segnato la sua vita. La narrazione prende forma attraverso un teatrino costruito con materiali semplici e miniature, ricordando il modo in cui da bambini si inventavano storie utilizzando ciò che si aveva intorno.
Nella prima parte dell’opera, Dora e Zoe si alternavano nella spiegazione delle loro esperienze, dei traumi, dei disagi e dei motivi che le hanno portate a scrivere dei diari e a cercare le testimonianze e i racconti di altre donne che, come loro, erano determinate a trovare delle risposte attraverso la riflessione e un’analisi accurata della propria
interiorità.
L’opera tratta di due donne che decidono di abbandonare il lavoro e la vita che conducevano per iniziare una nuova avventura aprendo un locale dedicato al vino. Lo spettacolo si svolge durante la serata inaugurale del locale, alla quale partecipa anche il pubblico, seduto ai tavolini come se fosse realmente tra gli invitati.
Il concerto, della durata prevista di circa 70 minuti ma protrattosi più a lungo, è stato un omaggio a Keith Emerson, figura fondamentale del rock progressivo inglese. Sul palco erano presenti il pianista Thierry Eliez, accompagnato da un contrabbasso e dalla voce femminile di Ceilin Poggi.
Rileggendo i testi che le e i partecipanti al laboratorio di quest’anno hanno prodotto, mi pare emerga con chiarezza la molteplicità di peculiari prospettive sull’arte -e, per estensione, sul mondo- che in queste poche ma dense giornate abbiam cercato di sguardare, nominare, valorizzare.
















