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ANNALISA LIMARDI - NO

 

L’opera No di Annalisa Limardi si presenta con una scena essenziale: l’attrice, sola sul palco, è affiancata unicamente da un microfono appeso a un’asta. Prima dell’inizio dello spettacolo, mentre il pubblico si accomoda, lei è già in scena e muove la testa su e giù, come a dire “sì”, dando le spalle agli spettatori. Fin dall’inizio, l’attrice interagisce con il microfono, usandolo come metafora della parola e del permesso. Per tutta la durata dell’opera, è presente una forte contrapposizione tra ciò che sarebbe socialmente giusto dire e ciò che, invece, lei vorrebbe poter esprimere. Lo spettacolo alterna momenti di monologo a movimenti corporei accompagnati da una registrazione di suoni e parole, spesso a sfondo sessuale. Quest’opera rappresenta la ricerca della capacità di dire ciò che si pensa davvero, ponendo se stessi al centro. Si conclude con il “No” liberatorio di Annalisa, simbolo di una ricercata emancipazione e di una ritrovata libertà.

Lo spettacolo affronta tematiche forti e profondamente attuali, in circa 40 minuti di durata. Questo potrebbe scoraggiare un ipotetico spettatore, facendogli temere un contenuto troppo pesante. In realtà, l’attrice riesce a trattare l’argomento con grande efficacia e dinamicità, mantenendo alta l’attenzione fino all’ultimo secondo. La conclusione arriva quasi con un senso di “dispiacere”, segno della forza coinvolgente e della qualità dell’opera.

Miriam Osti

 

L’esibizione ha dato grande spazio al corpo, riflettendo un tema estremamente personale, oltre all’attenzione per la sperimentazione del suono. 

L’opera è stata sviluppata dal vissuto personale dell’artista.

La performer si trovava di spalle davanti a noi, muovendo talvolta il capo. 

Inizia ad ascoltarsi un audio…la voce riprodotta esprime parole di consenso, approvazione.

L’artista inizia gradualmente a muovere ogni parte del suo corpo seguendo il ritmo di questa voce.

Il ritmo si fa sempre più scandito e rapido, poi c’è una pausa…L’attrice si avvicina al microfono sull’asta e lo stesso oggetto sembra acquisire un significato del tutto nuovo. Non è così chiaro, penso stia allo spettatore definirlo o forse non è essenziale farlo.

Esso emette dei suoni bizzarri all’avvicinamento della ragazza che, poco dopo, prende possesso del microfono ed inizia una specie di dialogo.

La voce la sprona a parlare, a “raccontarsi” fino a fare riferimenti personali.

Nel corso dell’esibizione la protagonista prende coraggio e risponde, con sincerità, riflettendo talvolta sulla risposta da dare e, per manifestare la propria contrarietà, con “no”. Lo stesso dà il titolo alla rappresentazione.

Personalmente trovo che la stessa esibizione abbia espresso pienamente i sentimenti dell’attrice, la quale nel “prefestival” esplicita come abbia voluto esprimere ciò, quando “i confini dei propri corpi vengono violati”.

L’ho trovata una esibizione commovente, ben rappresentante una specifica condizione sociale e politica, quella delle donne.

Molto spesso può capitare di scusarsi troppo, di sentirsi costretti a fare ciò che gli altri vogliono, di doversi mostrare forti, con un sorriso stampato. Spesso si è troppo impegnati a compiacere gli altri non sentendo il tormento che stiamo subendo. A volte ci si affeziona, e si è troppo legati ad una persona che si ha paura di far scappare, non ascoltandoci.

Se non si risponde come ci si aspetta sia corretto fare si chiede scusa, anche se non si sa veramente perché. 

La stessa attrice riprende le tipiche frasi “chiedo scusa”, “non volevo”, “mi era apparso…”, “mi dispiace”, …

Ho considerato l’intera esibizione come un invito a far sentire la propria voce e a darle valore.

Serena Bacchiega

 

Appena si giunge di fronte al palco e si vede Annalisa Limardi, autrice e unica attrice dell’opera No, eseguire piccoli esercizi fisici continui fino all’inizio dello spettacolo, si capisce che sarà uno spettacolo pieno di energia.

Eppure, non si direbbe, visto che il tema dello spettacolo è l’abuso delle donne, o almeno apparentemente.

L’attrice, infatti, esplora diverse forme di espressione: parte dalle espressioni fisiche e facciali, passa in seguito a rispondere a diverse domande, di cui alcune fortemente personali, allenandosi sempre più ad ammettere la sua volontà non semplicemente di negare, ma anche di restituire, quando desidera, una risposta affermativa. Infine, dopo una breve parte rap da lei cantata, recita una piccola parte verbale, in cui rivendica non solo la possibilità di decidere se fare una cosa o meno, ma anche di concedersi uno spazio di incertezza interiore.

È affascinante il modo tramite cui l’autrice sia riuscita, tramite uno spettacolo in cui spicca il tema della violenza sulle donne, a non ridurre il focus dell’opera alla sua esperienza o all’ambito femminile, ma ad allargarla a tutti secondo una propria lettura. Infatti, il NO su cui gira l’intero spettacolo intende innanzitutto concedere ad ognuno la possibilità di decidere cosa fare della propria persona indipendentemente dagli altri; inoltre, ci permette di decidere riguardo non solo se una cosa sia giusta o sbagliata, ma anche se scegliere di preoccuparsene o meno di principio.

Nicolas Andriotto

 

In un giardino trasformato in spazio scenico essenziale, si è svolto No, uno spettacolo che ha il coraggio di affrontare una delle tensioni più profonde e meno risolte della contemporaneità: la difficoltà di definire e difendere i propri confini personali.

Una sola performer in scena, nessuna scenografia, nessun oggetto se non un microfono su un’asta. Ma è proprio da questa apparente semplicità che nasce la potenza del gesto teatrale. Il microfono, strumento carico di significati – amplificatore della voce, ma anche simbolo del potere che chiede, impone, interroga – si fa protagonista. Ogni volta che la performer si avvicina, l’oggetto emette suoni distorti e disturbanti, quasi un rifiuto elettronico delle richieste del mondo esterno.

Nel corso di trenta minuti, la scena si trasforma in un campo di battaglia interiore. Alternando momenti di danza moderna – fisica, frammentata, a tratti convulsa – a fasi di quiete più riflessiva, la performer costruisce una narrazione spezzata, intima, che si muove tra corpo e parola. I suoi monologhi sono domande che si pongono e si sospendono, interrogativi sul sé e sul consenso che inizialmente non trovano risposta. Le pause, i silenzi, gli sguardi verso il pubblico diventano parte del discorso, come se anche la non-risposta fosse una forma di resistenza.

È solo nel finale che la tensione accumulata trova una risoluzione. La performer riprende tutte le domande iniziali, le riformula, le riafferma con voce nuova. Non più esitazione, ma energia. La danza e la parola si fondono in un unico flusso, un monologo fisico potente che non cerca più di spiegare, ma di dichiarare

A parer mio la scelta del giardino come luogo scenico – aperto, vivo, esposto – amplifica il senso di vulnerabilità, ma anche di radicamento. La spogliazione della scena pone il corpo al centro, trasformandolo in un linguaggio visivo e sonoro attraverso cui si esprime una soggettività in cerca di affermazione.

NO è uno spettacolo relativamente breve ma intenso, che lascia un segno profondo. Un’esperienza che non si limita a raccontare una storia, ma costringe lo spettatore a rivedere la propria posizione: siamo ascoltatori o siamo parte del coro che chiede troppo? E, soprattutto, abbiamo imparato a riconoscere e rispettare un no?

Samuele Menon

 

Una performer sola sul palco ci dà le spalle ed annuisce, alla sua sinistra un microfono all'apparenza solo scenico. Cala il silenzio e la performer continua ad annuire aumentando via via l'intensità, iniziano a sentirsi dei suoni di approvazione provenire dalle casse e lei alza i pollici, scrolla le spalle, e anche se la vediamo da dietro pare stia sorridendo ed annuendo concordando con chiunque le dovrebbe star parlando. Si gira verso il pubblico ed annuisce anche a noi, sorride, sembra partecipe ed entusiasta di qualunque cosa noi potremmo dire. Passano i secondi e lei appare ora stanca e progressivamente meno gioiosa, inizia a scuotere la testa ma quasi con violenza la riporta ad annuire, compie ora diversi movimenti che coinvolgono tutto il corpo e dimostrano questa lotta tra il concordare e il dire "NO". 

Inizia a parlare una voce di donna ponendo domande molto personali all'attrice, partendo da un "Ti va di parlarmi di te?" ed andando a toccare argomenti come famiglia, disponibilità, piaceri e rapporti intimi, a cui la performer risponde annuendo e compiendo gesti di assenso sempre più violenti: stringendo denti ed occhi per accennare a dei dissensi, per poi stupirsi di essi e tornare ad annuire. Al termine di queste domande e risposte, date per via non verbale, che sembrano rendere esausta la performer, il microfono che prima pareva solo scenico inizia a produrre suoni disturbanti che suscitano interessi sia nel pubblico che nell'attrice, la quale gli si avvicina. Proprio il gesto di avvicinarsi suscita la riproposizione della domanda "Parlami di te" che inizialmente spaventa la performer, ma poi la porta a reagire sperimentando con i suoni che produce lo strumento. Questo gioco di suoni, movimenti e spostamenti continua fino a quando l'attrice non prende il microfono in modo deciso ed inizia a rispondere nuovamente alle domande della voce femminile, questa volta però non concordando e facendo così sorgere risposte e commenti volgari e giudicanti dal microfono. Durante questo secondo momento di risposte, l'attrice nell'essere giudicata sembra strozzarsi con il microfono stesso, procedendo a scusandosi con il pubblico e riponendo l'oggetto al suo posto. 

Mossa poi da una serie di ripensamenti la performer riesce ad agire decisa riprendendo il microfono, con il quale inizia a ballare e a cantare. 

Infine una pausa, la performer sfinita sul palco riprende per l'ultima volta il microfono e risponde a modo suo e con reale sincerità alle domande che la voce femminile le porge, alternando si, no, spiegazioni e ripensamenti. L'atto finale si compirà però dopo l'ultima domanda: "Ti ami?" alla quale l'attrice non sembra rispondere sino ad un ultimo monologo rivolto totalmente al pubblico, con il quale la protagonista trova la forza di rispondere un'ultima volta "no".

Questa produzione così personale di Annalisa Limardi, che la vede come soggetto protagonista e performer stessa, coniuga in tre diversi atti e con diverse modalità di espressione le pressioni che riceve, la costrizione che la società mette "per essere gentili" di dire sempre si, essendo ulteriormente soffocati da una specie di "super io". 

Allo stesso tempo questa produzione sembra voler essere un grido di reazione e di opposizione, il reclamare il diritto di dire "no" e mostrarsi come imperfetti ma liberi nelle proprie scelte e nella propria vita. Partendo dall'esposizione di questioni personali, la performer riesce a toccare corde ed argomenti comuni a tutti, che riescono inoltre a denunciare molti dei caratteri tossici della società.

Aurora Franchi

 

Una donna sola sul palco. Annalisa Limardi annuisce, in silenzio. È un gesto semplice, ma carico di significato: una resa, forse, o un’abitudine. Un’energia travolgente si sprigiona subito dopo, e con essa inizia No, uno spettacolo che si apre senza parole ma con una presenza scenica fortissima. Solo un corpo che si muove. Un corpo inizialmente costretto, obbligato a dire di sì, ad assecondare, a contenersi. Ogni gesto sembra frenato, guidato da qualcosa che viene da fuori, da un obbligo invisibile. Poi, all’improvviso, il suono stridente di un microfono rompe il silenzio. È fastidioso, disturbante. Lei si avvicina, lo osserva, lo sfiora. Tocca il microfono con cautela, quasi con diffidenza. Ne modifica il suono, lo prende in mano, lo trasforma. Non è più solo un oggetto per amplificare la voce: diventa parte integrante della scena, simbolo, limite, strumento di lotta. L’aria si riempie di domande. Domande personali, invadenti, spesso fuori luogo. Domande che pongono un giudizio, che spingono verso una risposta che non arriva. Lei non riesce a rispondere, oppure sceglie di non farlo. Il silenzio diventa allora una forma di resistenza. Il corpo parla, trema, esplode, si chiude, si apre. Attraverso quelle domande — che rappresentano pressioni, aspettative, modelli imposti — l’interprete inizia un percorso interiore. E alla fine, proprio da quel confronto, da quello scontro, arriva una comprensione essenziale: che può dire di no. Che deve dire di no.

Ho apprezzato molto l’energia che attraversa lo spettacolo dall’inizio alla fine: è un’energia densa, che non si esaurisce mai, ma cambia forma, passando dalla tensione alla liberazione. Ho ammirato il coraggio di Annalisa Limardi nel raccontare qualcosa di così intimo e personale, rendendolo accessibile, condivisibile, umano. Mi ha sorpreso — e colpito profondamente — l’uso del microfono come oggetto scenico, soprattutto nelle parti danzate: non è solo un mezzo per parlare, ma un compagno, un nemico, un ostacolo, una possibilità. No è uno spettacolo che parte dal particolare, da una storia individuale, per toccare qualcosa di più grande: arriva al cuore, alle viscere, alle corde profonde di uomini e donne, in un dialogo silenzioso che continua anche dopo la fine dello spettacolo.

Alessia Prini