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CHE CAVOLO ABBIAMO GUARDATO?

Rileggendo i testi che le e i partecipanti al laboratorio di quest’anno hanno prodotto, mi pare emerga con chiarezza la molteplicità di peculiari prospettive sull’arte -e, per estensione, sul mondo- che in queste poche ma dense giornate abbiam cercato di sguardare, nominare, valorizzare.
In questo percorso ci ha aiutato la marcata differenza d’età presente nel piccolo ma battagliero gruppo di quest’anno: dall’adolescenza fino all’età adulta e alla terza età, così diverse eran le vite di noi guardanti / nominanti / scriventi e dunque, immediatamente, ciò che incontravamo.
È bastato aver fiducia in questa larghezza.
Non è vero: non è bastato.
Per meglio incontrare i complessi dispositivi di linguaggio in programma al Festival ho proposto alcune lenti, alcune strettoie.
L’arte (e non solo) ce l’insegna: i limiti, spesso, sono veicoli di possibilità, se li si sa sfruttare.
Nel nostro caso, si è trattato di individuare uno specifico punto di attenzione, una parola-chiave per ogni creazione che facesse da viatico, mappa, lasciapassare.
Spazio, attivazione, verità, sensi, corpo, ridere, guerra, femminile, vino sono alcune delle parole-grimaldello che, di volta in volta, ci hanno accompagnato.
Negli incontri prima e dopo gli spettacoli, ogni osservazione anche minima è stata occasione per allargamenti, connessioni, per accorgersi -questa la parola-chiave- che con il nostro sguardo e con il nostro linguaggio creiamo il reale, quello strambo della scena, e non solo.
Che responsabilità!
Che libertà!
Io, per parte mia, ho provato a fare attenzione a ogni persona, a dare spazio e valore, a praticare l’arte dell’incoraggiamento.
Ora e ancora, molto, ringrazio.

Michele Pascarella