
Lo spettacolo Untitled#22 della compagnia Polka Dots è un lavoro ispirato alla biografia e alle opere della fotografa americana Francesca Woodman, morta suicida all’età di 22 anni.
Daniela Vitale, coreografa, fotografa e artista da cui ha preso inizio il lavoro, appare sola in scena per tutta la durata dell’opera. Il suo corpo, nascosto dietro veli opachi o illuminato da un proiettore nella sua nudità, dialoga con la fotografia originale della Woodman proiettata su uno schermo, sotto forma di foto originali o di ricreazioni video (direttamente da Vitale o dai suoi collaboratori): come dichiarato dall’artista al pre-festival introduttivo, il suo è un tentativo di restituire, oltre che la storia di vita di un’artista ancora poco nota, la corporeità teatrale che si può cogliere nella dinamicità e nelle composizioni della sua fotografia. La domanda che Vitale si pone è: “da dove sono nate e da quale emozione, intenzione, eruzione del corpo, quelle fotografie?”. Con le sue coreografie tenta dunque di ritrovare questo impeto e la visionarietà dell’immagine, spesso materica, impastata nella grana analogica e ricreata da Vitale sul corpo colpito dal proiettore.
A tratti l’atmosfera ed il tono diventano più prosaici, informali, coinvolgendo il pubblico nel tentativo di raccontare e trasmettere la personalità e alcune vicende biografiche dell’artista, dalla pubertà all’esperienza di uno stupro subito, attraverso alcuni testi tratti dal suo diario (pubblicato, sebbene non integralmente).
Nel complesso lo spettacolo è coinvolgente, con alti picchi di tensione emotiva e meraviglia estetica. La qualità della danza e la fluidità del trasformismo in scena da una composizione fotografica a un’altra rendono l’esperienza un bellissimo sogno. D’altra parte, ho trovato alcune cose un po’ ridondanti (ad esempio uno striscione con su scritto FRANCESCA che viene strappato) e l’alternanza degli stili non sempre efficace nel creare ritmo o pause dalla principale tonalità melodrammatica che il tema stesso dello spettacolo incoraggia.
Cosimo Munaro
La performance nasce dall'incontro con la figura e l'opera di Francesca Woodman, fotografa celebre per i suoi autoritratti enigmatici e per la sua ricerca sul corpo e sull'identità. Più che raccontare una storia tradizionale, lo spettacolo accompagna il pubblico in un viaggio attraverso alcuni momenti significativi della sua vita e della sua esperienza personale, riuscendo a trasmettere con intensità il mondo interiore dell'artista
e offrendo allo spettatore un'esperienza coinvolgente e a tratti toccante. La performer ripercorre la vita della fotografa, da quando riceve la sua prima macchina fotografica, passando per la pubertà e il trauma dello stupro, fino al tragico suicidio. Parallelamente all'età della protagonista cambiano sia il modo di fotografare che quello di recitare: per l’età più tenera viene usato un linguaggio più semplice, mentre negli ultimi istanti tutto diventa metaforico, lasciando allo spettatore il compito di interpretare il significato delle azioni svolte. Il corpo viene usato come una seconda voce, capace di esprimere i sentimenti e la psicologia della fotografa. A mio avviso, alla performance si sarebbero
potute aggiungere più foto scattate dalla Woodman, così da permettere al pubblico di empatizzare meglio con lei, ma fortunatamente questa mancanza non riduce la qualità dell’opera. Lo spettacolo è consigliato a un pubblico maturo o abituato a tematiche forti dal punto di vista psicologico.
Vincenzo Maria Miceli
Lo spettacolo di Daniela Vitale si apre su un palcoscenico diviso: la parte anteriore comprende una sedia e la sagoma in gesso di un corpo raffigurata sul pavimento, mentre la parte posteriore, con la restante scenografia, è separata da un telo di plastica trasparente ma opaco, che lascia scorgere lievemente i contorni degli oggetti collocati dietro.
La musica è malinconica, ma dai toni vigorosi.
Nella prima parte dello spettacolo Daniela Vitale balla, con movimenti fluidi ma decisi con un corpo completamente scoperto, dalle forme sinuose, seguendo il ritmo incalzante della musica.
Poi, si apre un varco nel telo e la danzatrice si adagia sulla sedia, indicando la sagoma, quasi a dirle “Quella sono io”.
Lo spettacolo rappresenta la storia della vita di Francesca Woodman, fotografa americana morta suicida a 22 anni.
L’introduzione della Vitale si apre analizzando un numero angelico, il 22, che tanto ha segnato la vita della danzatrice e attrice.
La rappresentazione è divisa in varie fasi, identificate da eventi più o meno traumatici, della vita della protagonista.
Francesca, infatti, a partire dalla comparsa della prima mestruazione ha provato una dirompente sensazione di malessere, poiché i cambiamenti nel suo corpo la mettevano a disagio, soprattutto quando si sentiva sotto lo sguardo indiscreto degli uomini.
Inizia, così, a produrre i primi scatti, centrati sul corpo, collocato davanti a specchi o in ambienti naturali, dove si dissolve o emerge.
Daniela Vitale danza con trasporto sulle note musicali ostinate; il primo ballo è dedicato alla prima fotografia della Woodman, A woman in a mirror, in cui Vitale danza coprendosi parzialmente il corpo nudo con uno specchio.
Successivamente si passa alla narrazione dello stupro subito dalla fotografa.
Infine, attraverso la metafora del cigno, in cattività, dalle ali di carta che vede come sola possibilità di libertà una finestra aperta, tratta il suicidio della stessa.
Lo spettacolo si apre con toni di musica impattanti, che pongono lo spettatore in uno stato di profonda inquietudine.
Il fatto che la Vitale abbia voluto indicare a partire dall’inizio la sagoma del corpo, come a renderlo effettiva parte di sé, assimilandosi ad esso, vuole svelare una verità oscura, ancora nascosta alla mente acerba dello spettatore, inconsapevole.
Inoltre, la modalità con cui Daniela usa il proprio corpo per esprimere il profondo disagio
esistenziale della Woodman, stringendosi le cosce, il seno, il ventre, il volto è di grande effetto espressivo e suscita forti emozioni nell’osservatore.
Lo stesso utilizzo del colore rosso per rappresentare il sangue delle mestruazioni, imbrattato lungo le cosce della performer, è di rilievo, come sottofondo una voce triste ed impaurita che afferma che quella è una quantità davvero imponente e che, per questo, pensa che morirà.
Infine la metafora del cigno è sicuramente la parte più intensa ed emotivamente suggestionante dell’intero spettacolo.
La più maestosa delle creature selvatiche, il cigno, viene messo in condizione di cattività e dopo un lungo tempo trascorso così, vede in una finestra aperta la possibilità di liberarsi: decide di prendere il volo, solo per scoprire di avere ali di carta, scontrandosi con l’inesorabilità del suolo.
Gaia Giust
Quando il pubblico entra in teatro c’è musica con suoni acquatici e bordoni ritmici. Le luci inizialmente sono di taglio e basse ai lati. La scena si apre con una parete leggera di cellophane semitrasparente, dietro il quale il corpo nudo dell’attrice si muove creando immagini tipo fotogrammi. Il telo verrà sollevato dopo la parte iniziale in cui l’attrice racconta i diversi significati del numero 22: dal punto di vista simbolico, cabalistico, ed età anagrafica di morte di Francesca Woodman, a cui l’attrice ha dedicato questa sua ricerca artistica.
Lo spazio scenico è suddiviso in tre principali zone: nel fondo vengono proiettate foto biografiche e immagini evocative che richiamano l’arte della Woodman, mentre ai lati ci sono oggetti di arredo scenografico che si ispirano agli ambienti e oggetti da lei fotografati, come il grande specchio tondeggiante.
L’attrice utilizza il proprio corpo come uno strumento per avvicinarsi al sentito emotivo e al corpo stesso della Woodman dando ampio spazio contemporaneamente alla narrazione testuale del suo diario. Ho trovato questo lavoro molto interessante per l’utilizzo del corpo, del testo unito alle immagini proiettate e delle luci. In alcuni momenti commovente e di delicata grazia quando questi elementi si fondevano insieme.
Beatrice Pizzardo
Noi spettatori siamo entrati dall’ingresso del teatro studio alle ore 21:30 circa e, successivamente, ci siamo seduti nei posti assegnati. Quando lo spettacolo ha avuto inizio, il palco era completamente buio; poi una luce fioca ha iniziato a lampeggiare lentamente, mostrando una figura femminile che poco alla volta si avvicinava. Questa figura, che corrispondeva all’attrice Daniela Vitale, ha sollevato delicatamente il sipario trasparente ma opaco che la separava dal pubblico e si è seduta sulla sedia che faceva parte della scenografia. Appena superato il sipario, ha indicato con un leggero gesto della mano la sagoma di una donna al suolo, simile a quelle presenti sulla scena di un crimine, e ha iniziato a raccontare la storia della protagonista: Francesca Woodman. Innanzitutto ha spiegato il significato del numero 22, il quale rappresenta l’universo, e dopo aver fornito alcune informazioni scientifiche sulla nostra galassia, ha parlato della ricorrenza di questo numero nella vita della protagonista. Quando i tecnici hanno sollevato completamente il sipario trasparente, il pubblico ha potuto notare un filmato che mostrava l’infanzia e l’adolescenza di Francesca. Lo spettacolo è stato strutturato in modo che i filmati si alternassero ai racconti e alla danza di Daniela Vitale. Ogni volta che un filmato terminava, l’attrice proseguiva a raccontare i particolari della vita della protagonista: ad esempio, il
fatto che le piacesse stare a testa in giù quando era sdraiata sul divano, o che i suoi genitori, sebbene non la ascoltassero davvero, le avessero regalato una macchina fotografica che lei utilizzava per scattare foto nella casa abbandonata dei nonni. Oltre all’utilizzo delle parole e della danza, l’attrice si è servita di uno specchio per rievocare le giornate che Francesca passava a studiare ogni piccolo dettaglio del suo corpo, talvolta disprezzandolo. L’attrice si è poi soffermata sull’inizio della pubertà di Francesca e su come questa fase possa rivelarsi cruciale, in positivo o in negativo, nella vita di una donna. Ha poi raccontato il rapporto che Francesca ebbe con un uomo sulla quarantina, il quale l’ha
invitata a casa sua, le ha offerto un abito rosa, le ha chiesto di uscire e, alla fine, ha abusato di lei. L'attrice ha utilizzato anche la metafora di un cigno per spiegare la vita di Francesca. Verso la fine dello spettacolo, il corpo nudo dell’attrice è apparso appoggiato alla parete sulla quale i tecnici stavano proiettando un filmato, dando l'impressione che la donna cercasse di mimetizzarsi con le proiezioni di paesaggi naturali.
Penso che Daniela Vitale sia un’artista a 360°, in quanto non comunica forti emozioni semplicemente attraverso l’uso della voce, ma anche per mezzo del linguaggio del corpo, alternando movimenti sinuosi e leggeri a movenze rapide e impetuose. Trovo geniale l’idea di accompagnare la tragica storia di una giovane donna attraverso varie tipologie di comunicazione: la scena recitata e ballata dall’attrice in primo piano e, contemporaneamente, il filmato proiettato sullo sfondo della scenografia. Durante la visione dello spettacolo, ho trovato molto significativo il paragone fra la triste esperienza di Francesca Woodman e il cigno. Se un cigno nasce selvatico, viene catturato e imprigionato, con il passare degli anni si sente addomesticato e perde la forza di lottare per la propria libertà; tuttavia, il giorno in cui decide finalmente di tentare la fuga e rompe la gabbia che lo imprigionava, riesce a volare via. Francesca sembra essere stata rinchiusa dal suo abusante nella soffitta di un palazzo e, non riuscendo a liberarsi, è rimasta lì per molto tempo fino a quando, un giorno, ha tentato di volare; ma le sue ali, forse, erano di carta, e si è schiantata tristemente al suolo, perdendo così la vita a soli 22 anni.
Lisa Gobbi