
Giacomo Fronzi presenta il suo libro Performance, uscito nel dicembre 2025, nella quarta giornata del Festival Opera Prima, presentato dal coordinatore artistico Massimo Munaro.
Il libro tratta il tema della performance, il suo significato, svincolato dalle sue usuali connotazioni.
Fronzi inizia la presentazione suddividendo il proprio libro in 2 livelli: un primo, dove analizza filosoficamente la performatività, un secondo in cui la ricostruisce con figure storiche.
La prima persona ad utilizzare il termine performativo, in ambito linguistico, è John Austin, che individua degli enunciati che, a differenza di quelli dei filosofi classici, non esprimono solo verità o falsità nei confronti di un oggetto.
Si tratta di enunciati performativi, dove il dire si eguaglia al fare, o meglio ancora, implicano una ricaduta in termini pratici.
L’autore procede poi nominando Erving Goffman, modello per la drammaturgia moderna, dalle teorie simili a quelle pirandelliane. Difatti, ritiene che ognuno indossi una maschera, tesi che, secondo Fronzi, determina una certa dose di inautenticità.
È così che quest’ultimo decide di utilizzare il detto latino “distingue frequenter” con cui si impone di individuare differenze, astrarre parole dal loro contesto ordinario, dal loro ambito prediletto.
Adotta questa metodologia per definire la parola “performance”, aspetto non facile per la molteplicità dei suoi utilizzi. Tale parola, poiché comprende in sé una sorta di transitorietà, non è stata studiata dalla filosofia occidentale, che cerca invece entità stabili, come l’io, l’essere, la sostanza.
L’autore sente l’esigenza di rimettere ordine, attribuendo alla parola una connotazione e delle conseguenze specifiche.
Mentre Goffman spiega la vita con il teatro, Fronzi fa l’opposto: le arti forniscono infatti un’interpretazione del reale, della vita, che, appunto, viene prima.
La performance viene allora descritta come un’azione complessa trasformativa, con ricadute nella prassi; tuttavia non è possibile tradurla in italiano corrente, per la sua polisemia.
Fronzi asserisce che la performance, oggi, viene connotata negativamente: vuole riabilitarla.
Nella seconda parte, invece definisce il teatro come un “hic et nunc”, con il corpo che occupa una posizione di centralità.
Si arriva infine alla descrizione del teatro post svolta performativa, che mira a riportare lo stesso alla classicità: in primo luogo il teatro si deve distinguere dalle altre arti, in secondo si devono separare pubblico da attori e infine gli spettatori devono avere un ruolo semi-passivo.
La presentazione è stata sicuramente di efficacia espositiva ed espressiva: l’autore ha utilizzato diligentemente le parole, inserendo opportunamente esempi.
I riferimenti alle filosofie passate, quali quella di Aristotele nella Poetica e quelle di altri pensatori come Platone, Spinoza, Kant e Nietzsche, hanno elevato il concetto di performance, impattando sulle menti predisposte al pensiero critico e curioso.
Ho apprezzato significativamente il connotato positivo attribuito da Fronzi alla parola performance e, posso dire quasi con assoluta certezza, che questa nuova definizione avrà un risvolto nella mia vita.
Tuttavia avrei apprezzato un excursus maggiore sulla seconda parte del libro, che, purtroppo, per le tempistiche ridotte, è stata trascurata.
Gaia Giust