Nello spettacolo Quello che non c’è, Giulia Scotti, ovvero unica attrice e narratrice, racconta la storia di sua zia Daniela che non ha mai conosciuto, storia raccontata a lei da suo padre quando aveva 25 anni. L’esibizione inizia con la narratrice che racconta un episodio avvenuto con suo fratello da piccoli in montagna: mentre giocavano il fratello venne morso da un cane, e lei, vedendo la reazione della madre che esclama “Il cane potrebbe avere la rabbia!”, si preoccupa credendo che il fratello potesse morire. Successivamente parla di un gruppo musicale turco, Grup Yorum, che, per protesta dopo essere stati messi in prigione a causa dei loro ideali di estrema sinistra, fa lo sciopero della fame. Una componente del gruppo muore dopo 188 giorni a soli 28 anni e un altro dopo 324 a 40 anni. Esordisce sostenendo per lei impossibile morire di propria volontà ad una così giovane età.
Da qui in poi racconta la storia di sua zia, alternando il suo punto di vista con quello del padre e utilizzando dei fumetti a supporto. Il padre quando Giulia ha 25 anni va da lei e le dice che in verità sua zia non è morta di malattia, come le era stato detto da piccola, bensì a causa del suo alcolismo. Nel corso della performance viene raccontato da quando la zia entra in comunità fino alla ricaduta, inserendo dialoghi e vicende che spiegano le emozioni del padre e della nonna dell’attrice. A seguire Giulia descrive ciò che è accaduto quando ha preso parte, ai fini della performance, a una riunione degli alcolisti anonimi. Dopo aver ascoltato quello che avevano tutti da dire arrivò il suo turno durante il quale si fece coinvolgere per la prima volta emotivamente nella storia di sua zia. In seguito lei racconta di un dialogo avvenuto con suo padre: Giulia aveva letto un libro nel quale il protagonista viene costantemente morso da una volpe sullo sterno, questa, dopo che l’uomo fosse andata dal suo analista, cessa di mordere, ma non si sa se perché si è addormentata o perché se n’è andata. Giulia sostiene di avere anche lei un animale sul petto che la becca assiduamente sullo sterno, un uccello.
Infine, dopo essersi cosparsa della vernice rossa sul ventre, la narratrice conclude cantando Vivo di Andrea Laszlo De Simone.
Penso che tutta l’esibizione avesse come tema l’ingiustizia di una morte giovane, precoce. Ho apprezzato molto il modo tramite il quale ha espresso questo tema: schietto, inserendo sottili momenti ironici e parlando anche di altri episodi al di fuori di quello della zia e della sua visione della morte giovane. La conclusione, presa come la metafora dell’uccello che becca il petto e la canzone, l’ho percepita come un inno alla vita, al celebrarla e tentare di curarla.
Giulia Saccani