
L’esibizione si è tenuta in uno spazio luminoso e pressoché silenzioso.
Non appena entrati ci si trova di fronte ad una pavimentazione di poco sopraelevata, scura. Sulla sinistra quattro sedie e a destra un tavolo di legno con un panno bianco sopra appoggiato.
Al nostro arrivo una figura è già presente. È seduta sulla sedia più esterna, è completamente coperta (volto compreso) con vesti di colore nero. Come l’autrice stessa dell’esibizione dice “Il costume è una maschera".
Una seconda figura arriva correndo, per poi essere seguita dalla terza, che la raggiunge camminando lentamente, portando con sé un secchio.
La prima parte della rappresentazione si è basata su una specie di interazione tra queste ultime due: bisbigliano e si muovono quasi simultaneamente, ripetendo talvolta movimenti meccanici ed innaturali. Girano su sé stesse, si rannicchiano, saltano e corrono in modo inusuale. Sembrano riprendere una dimensione-atteggiamento rituale.
Inaspettatamente appare una quarta “componente” della performance. Questa è una donna giovane, dal volto coperto dai capelli ricci ed il corpo completamente esposto, nudo.
Esce da una scatola di cartone posta al lato destro della scena.
La ragazza si avvicina lentamente alle figure scure ora sedute, mentre mantiene entrambe le braccia rigide e dritte, leggermente distanti dal corpo.
Poi si sdraia sul tavolo, ora al centro della scena. Qui viene lavata con estrema cura, utilizzando l’acqua e la spugna all’interno del secchio portato inizialmente.
Prima di essere avvolta dal grande velo, le viene sopra gettata l’acqua che le cosparge il corpo nella sua interezza. Le due figure iniziali la avvolgono, ma una di loro viene allontanata bruscamente dall’altra, come se avesse profanato il corpo giovane.
L’esibizione termina quando la ragazza si raggomitola su se stessa e viene portata via di peso. Invece il soggetto rimasto immobile ad aspettare gli spettatori e ad osservare fin dall'inizio, viene accompagnato con grazia, quasi sorretto dagli altri due individui.
La rappresentazione, apparentemente semplice, è fortemente carica dal punto di vista simbolico.
“Il contrasto tra ciò che è coperto e nascosto e ciò che è nudo ed esposto genera confusione [...] La stessa donna nuda sembra più forte, ma anche più debole”
L’unico soggetto che si mostra è l’unico a morire.
Nella rappresentazione della pulizia del corpo senza vita il suo volto, però, è finalmente scoperto. Proprio qui è possibile evidenziare l’analogia col titolo della Performance Freedom, at last. La libertà viene raggiunta solo al termine della propria esistenza, ossia alla morte.
A catturare la mia attenzione è anche la decisione di scoprire occasionalmente il volto della seconda e terza figura. Il loro viso rimane comunque velato dal trucco bianco. Sembra che decidano di scoprirlo solamente quando toccano e si prendono cura del corpo della ragazza.
Curioso è l’atteggiamento della terza presenza, che asseconda e spesso imita la seconda, limitandosi a guardarla mentre termina di lavare la figura femminile. Sembra quasi abbia paura di intervenire, di agire.
Personalmente l’esibizione mi ha colpito per il modo inusuale per cui si presenta. Mi hanno fatto sorridere i movimenti buffi iniziali, ma motivo di grande riflessione è poi l’intera esibizione, che sprona gli spettatori a farsi domande e ad avere dubbi sulla decisione di rappresentazione delle diverse parti dell’esecuzione. L’ho trovata quindi stimolante.
I performer escono di scena, anche in questo caso, lasciandoci nell’incertezza. L'esibizione è già finita?
Serena Bacchiega

Illustrazioni di Beatrice Pizzardo
