
Io sentivo la musica prodotta dalle casse.
Io sentivo i versi che l'attrice produceva.
Io sentivo i commenti delle persone che mi erano vicine.
Io sentivo il rumore delle foglie calpestate dall'attrice.
Io sentivo gli applausi finali, mentre la performer era ancora distesa sull'erba.
Anche se questo é uno spettacolo di difficile comprensione, a me ha trasmesso la difficoltà di distaccarsi da un qualcosa (sentimento, persona, religione) per attaccarsi ad altro, a qualcosa di nuovo.
Jacopo Vettorello
*
Voodoo è stata una performance dalla quale è emersa la forte agonia dell’attrice, ballando su una musica forte e ritmata, simile alla musica techno. Con questa performance l’attrice ha interpretato sé stessa (come ha detto anche in un’intervista precedente), mossa da un dolore a lei interno che però agiva come una forza esterna, andando a creare una sorta di rituale.
Il rapporto creatosi tra attrice e spettatori ha fatto provare empatia verso l’attrice: a conferma di ciò nessuno al termine della performance ha fiatato in simbolo di rispetto verso la sofferenza messa in scena.
Giulia Saccani
*
Un quadro a cielo aperto, una chioma sotto la quale far sedere il proprio corpo. Un timbro oscuro dall’alto, un sussurro, uno stimolo intrinseco che provoca un movimento verso “il sopra”. Un elevarsi di muscoli, inevitabilmente destinati alla terra, seduti sopra un lembo di un legno, su una sedia. Un circolare di movimenti via via più intensi, frenetici e stancanti. L’ondeggiare delle braccia da destra a sinistra e infine perpendicolari al terreno. Un cammino tortuoso, uno strisciare e un cadere ripetitivo. Una foresta ombrosa, di tinte scure dove le foglie sono l’ideale sentiero del “noi”. Il corpo custode “dell’io” e il suo muoversi incessante, tra tecnica ed essere, è il cammino della materia verso la sostanza. Il sinolo dell’incoscienza che ci spinge alla trasformazione incessante, da uno stato all’altro. Il richiamo verso la nostra natura e la conseguente incapacità di ritornare alla nostra forma originaria. Un continuo processo di creazione e di distruzione, dove il corpo si racconta attraverso uno stato di “trance”. Un “folle volo” verso un orizzonte sfuggevole, un arbusto che si antepone al glorioso seme della vita, poi un sgabello di legno rude, prodotto di un’esecuzione arbitraria, il punto d’inizio di quel vagare verticalista ma ben saldo al terreno. Il corpo, che si veste di pelle mimetica, è il complemento di quel ideale rettangolo scenico in cui si svolge l’esibizione. Infine dopo lunghi, ma spezzati, movimenti muscolari… il denudamento con il quale si raggiungere l’origine della propria natura. Le vesti… l’ultimo segno della artificiale creazione. In quel momento il corpo si tende e si curva come la corda di un arco. Infine l’ultima caduta, la liberazione da quella possessione celeste di cruda fisicità. Poi il silenzio. Gli applausi si fanno aspettare per poi sfociare in un intenso brusio. Nel mentre il corpo dell’artista rimane disteso sul prato. Considero Voodoo un’opera ermetica che vive di suggestioni, di movenze dinamiche e di realtà statiche, anteposte ed alternate con attenta ritmicità. La musica, dalle sonorità elettroniche, dirige i movimenti dell’artista, la quale riesce a definire le sue movenze con estrema precisione e in una stretta relazione con l’accompagnamento musicale, dalle tonalità cupe e a volte acute avvicendate in una in una perfetta contrapposizione. La voce, quasi assente per tutta la durata dello spettacolo, si presenta più insistentemente in determinati momenti. Il corpo si bloccava e si ereggevano in sospensione verso l’alto le gambe o le braccia, come se attratte da una forza esterna, un richiamo oscuro. Poi i sussulti, i sospiri, le grida e le risate nervose dell’artista. Voodoo coinvolge lo spettatore da una prospettiva nuova, lasciando la libera interpretazione dell’opera, dove la forma diventa linguaggio.
Lorenzo Campice
*
“Voodoo è una verità straziante, una messa a nudo di quello che sono veramente e una nuova forma di vita in cui mi lascio trascinare. Voodoo è un furore che divampa e che ti brucia”: così è stato descritto Voodoo da Eleonora Sedioli, la performer dello spettacolo creato da Masque Teatro. Voodoo è un rito, un passaggio proiettato verso un sublime tormentato e soffocante, il legame con questa seconda vita è viscerale e si esprime grazie alla potenza e la risonanza della musica, ripetuta nel suo graduale climax, e alla massa del corpo che esprime la sua selvaggia purezza attraverso il nudo e una danza primitiva e violenta. La scenografia semplice ed enigmatica rispecchia l’intento della performer, da uno sgabello di legno l’azione si proietta verso un albero, proprio come la performer si sposta tra i due per uscire dagli schemi e tornare a uno stato brado.
Raffaele Parini
*
Voodoo è uno spettacolo ricco di significato non univoco, ma interpretabile secondo diversi punti di vista. Ho assistito alla performance di una ragazza rasata che effettuava movimenti ripetitivi e algoritmici in sintonia con un sottofondo musicale techno. Questo spettacolo non ha lo scopo di intrattenere, ma provocare inquietudine allo spettatore, attraverso un'atmosfera misteriosa e lasciando più domande che risposte a coloro che lo osservano. Apprezzabile è il coraggio e il sentimento che ha usato l'attrice durante la sua performance, dato che ad un certo punto si è addirittura tolta i vestiti e quindi si è aperta completamente al pubblico mostrando le parti del corpo più intime.
Enrico Frigato
*

illustrazione di Agata Maculan