Dunque, siamo! non è uno spettacolo nel senso tradizionale del termine. È un’esperienza performativa immersiva che si sviluppa fuori dai confini del teatro e si insinua nel vissuto personale dello spettatore, chiamato qui a diventare parte attiva di un percorso introspettivo. La messa in scena, curata nei minimi dettagli, si svolge all’esterno del Palazzo della Gran Guardia di Rovigo, in uno spazio intermedio tra la città e la scena, tra il pubblico e il privato, tra l’interno e l’esterno.
L’esperienza ha inizio in attesa, aspettando che chi sta vivendo l’esperienza prima di noi abbia concluso il proprio percorso nell’opera, fino a quando un’anziana donna dai lunghi capelli bianchi accoglie lo spettatore in cima a una scalinata e lo guida in un lento cammino attorno a una struttura, più precisamente un parallelepipedo che racchiude al suo interno il cuore del percorso emotivo. La lentezza con cui si cammina, accompagnati da una musica che richiama “Finché la barca va”, ma i cui versi, che sono stati riscritti, parlano di guerra, prepara a un cambiamento percettivo: qualcosa sta per accadere e il cambiamento non sarà visibile, ma sarà interiore.
La prima stanza in cui si entra è completamente nera. Pareti, sedia, atmosfera: tutto concorre a evocare un senso di sospensione e isolamento; sembra di essere immersi nei propri pensieri, nel proprio mondo interiore. Al centro si trova una sorta di trono, davanti al quale è posto uno specchio, il cui riflesso non è nitido, come a negare allo spettatore una visione chiara di sé. Dal soffitto pendono vasi di vetro contenenti fiori secchi, tra i quali delle rose. Una voce, trasmessa da una cassa audio, ripete un discorso e viene data particolare importanza a tre domande che possono essere semplici e allo stesso tempo complicate: È troppo tardi per sognare? È troppo tardi per amare? È troppo tardi per essere felici?
La seconda stanza è completamente bianca. Il pavimento è coperto da una stoffa candida, le pareti e anche i blocchi dove sedersi sono bianchi. Qui una donna attende lo spettatore, seduta. Legge ad alta voce la propria “rivolta interiore” e poi offre il proprio quaderno, invitando chi le sta di fronte a scrivere la propria. Dopo un breve congedo, la performer ritorna, chiedendo se si desidera condividere quanto scritto. Se si sceglie di farlo, ci si alza, si esce dalla stanza e fronteggiando la piazza si legge ad alta voce la propria “rivolta” davanti agli altri. Il gesto conclusivo, quasi rituale, sancisce la trasformazione dell’intimità in un atto collettivo, come a voler invitare il prossimo a scrivere la propria “rivolta”.
"Dunque, siamo!" riesce, con mezzi essenziali ma simbolicamente potenti, a condurre ogni partecipante in un percorso personale e introspettivo. Non c’è trama, ma c’è un’esperienza costruita con sensibilità, profondità e intelligenza drammaturgica. Ogni elemento scenico – dalla musica alla disposizione spaziale, dalle voci agli oggetti – è volto alla realizzazione di un processo che mira alla riflessione di chi lo vive. Nonostante infatti il lavoro sia breve (dura circa 15 minuti), innesca un meccanismo per il quale lo spettatore, dopo aver vissuto l’esperienza, è portato a interrogarsi spesso per un lungo periodo di tempo.
Francesca Mantovani
Lo spettacolo Dunque, siamo!, realizzato a opera di MOMEC, è riservato ad un singolo spettatore, il quale viene coinvolto attivamente nell’opera.
In un primo momento, veniamo accompagnati lungo le pareti allestite da una parte, della Gran Guardia dall’altra, passando di fianco agli elenchi dei morti rodigini durante le battaglie del Risorgimento, proprio mentre una canzone di sottofondo intona una versione modificata del famoso brano di Orietta Berti, “finché la guerra va, lasciala andare…”.
A questo punto, raggiungiamo una stanza dalle pareti nere completamente spoglia, seduti su una sedia e posti di fronte a uno specchio, unico ornamento della camera. Il silenzio viene rotto da una voce proveniente dallo stereo, che ci parla della costante possibilità di agire e di realizzarci che abbiamo, ma che spesso non sfruttiamo (“il più grande tradimento è tradire sé stessi”).
Ci viene aperta, infine, l’entrata a una stanza dalle pareti bianche, dove ci attende una donna anch’essa vestita di bianco, la quale ci legge la sua “rivolta”, ossia un messaggio simbolo di rinascita e che legge per suggerire la nostra rinascita: di fatti, dopo la sua lettura saremo noi a scrivere su un taccuino il nostro messaggio di rivalsa, che a propria descrizione verrà letto o meno in pubblico.
La prima cosa che si avverte è la forza e la sorpresa con cui lo spettacolo colpisce, dati i soli 15 minuti lungo i quali si sviluppa. L’ambientazione è molto suggestiva per ciò che vuole trasmettere lo spettacolo: nella stanza nera si svolge una purificazione personale, in cui si riconoscono le proprie azioni, o meglio “non azioni” causate dall’ignavia che lo spettacolo vuole combattere, e a seguire la stanza bianca, in cui si elevano lo spirito di rivalsa grazie alla lettura della performer, e dove viene dato allo spettatore un momento di ricerca interiore capace di esternare qualcosa che nemmeno il partecipante stesso penserebbe di contenere: infatti, la velocità dei tempi in cui viviamo spesso ci nega la possibilità di guardarci dentro, seppure sia questa un’azione importantissima per trovare nuovi stimoli per alimentarci in tutto ciò che facciamo.
Nicolas Andriotto
Dunque Siamo si propone come proseguimento della riflessione già presentata nell’opera Rivolti durante la scorsa edizione del festival. Tuttavia mi ha perplesso fortemente la somiglianza quasi totale tra le due opere. L’opera ispira nello spettatore gli stessi moti di Rivolti, non ho percepito lo spirito di realizzazione della propria rivolta che già dal titolo della rappresentazione sembra suggerito.
Oltre a questo fatto, Dunque Siamo è di forte impatto nello spettatore. L’opera vuole ispirare a restare flessibili e malleabili, non irrigidirsi dinanzi ai problemi. Prima lo spettatore viene condotto in una stanza dalle pareti nere, nella quale viene presentata la negatività dell’arrendersi e dello smettere di combattere, poi in una seconda stanza dalle pareti bianche un’interprete invita a ricercare la propria rivolta e a considerarla come una fonte di ispirazione per tutti. Dunque invita a leggerla davanti alla piazza con un microfono. Il messaggio è potentissimo: non arrendersi, continuare a lottare. Ci sono momenti difficili, ma tutto si può superare e ognuno è in grado di influenzare altre persone con le proprie rivolte, con i propri dubbi.
Paolo Meneghetti

illustrazione di Sofia Bego