
Ci sono due stanze, una nera ed una bianca. In quella nera si viene accompagnati a sedersi, da soli, su una poltrona, posta in modo tale da permettere di osservarsi in uno specchio, che non riflette perfettamente la propria immagine; appesi, vasi di vetro contenenti fiori e petali appassiti. Si è pregati di ascoltare una voce parlare. Nella seconda stanza, quella bianca, alla quale si accede scostando un tendaggio, una donna invita a sedersi, ad ascoltarla e poi lascia un foglio su cui poter scrivere la propria risposta alla domanda posta.
Io vedo due stanze, una nera ed una bianca.
Io vedo fiori e petali morti, appassiti.
Io sento una voce parlarmi.
Io vedo e sento una donna leggere.
“Qual è la tua rivolta più intima?”, questa la domanda che una donna ti pone, ora sta a te dare la risposta. Ognuno di noi si pone limiti, si crea muri immaginari, che sono solo frutto di poca autostima, di poco interesse, di poca attenzione, di una mancata cura... Ascoltarsi ed ascoltare, capirsi e capire, guardarsi e guardare è importante. Chi crede che non ci sia più tempo per sognare, per vivere, chi si immobilizza; fa un torto a se stesso, “il vero tradimento è tradire sé stessi". Suppongo, che quello che volesse fare il collettivo di persone MOMEC, è smuovere e far uscire la propria rivolta, prima su carta, poi a parole.
Deborah Bedendo
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“Il più grande tradimento è tradire sé stessi”.
La performance Rivolti, del collettivo teatrale MOMEC, consiste in un percorso volto alla rivolta, non violenta ma con la forza delle parole e delle immagini. Il percorso è diviso in tre fasi ben distinte dal loro luogo d’azione. Il primo luogo consiste in una camera dalle pareti nere e spoglie, che limita la vista a dei barattoli di vetro appesi al soffitto e contenenti vari fiori appassiti, possibile simbolo di caducità, a una poltroncina nera e a uno specchio posto di fronte a quest’ultima, che rimanda allo spettatore un riflesso sfuocato e distorto della propria immagine, dentro la stanza è possibile ascoltare un audio che riporta un messaggio di speranza, riformulando: “Non è mai troppo tardi per rialzarsi, il più grande tradimento è tradire sé stessi”. Conclusa la registrazione, una tenda nera viene scostata con l’invito di procedere alla stanza successiva. La seconda stanza è in antitesi con la precedente: le pareti sono bianche, presenta due sgabelli coperti con teli bianchi ed è presente una persona vestita di bianco che invita cortesemente lo spettatore a sedere per l’ascolto di un suo breve monologo. Parafrasando il monologo: “La nostra debolezza è la nostra forza, come gli alberi che crescono in teneri fusti e muoiono robusti e rigidi, è nei momenti di difficoltà che riusciamo a vivere intensamente”. Dopo la lettura, la performer porge, sempre con estrema cortesia, una penna e un taccuino, da lì in poi sta allo spettatore decidere cosa fare. La terza fase può risultare più difficile e spiazzante poiché lo spettatore viene posto davanti a un microfono che dà sulla piazza pubblica. Dopo le fasi di meditazione e relazione è arrivato il momento dell’azione, lo spettatore diventa attore della vita quotidiana e può far sentire i suoi pensieri con gran voce. Alla fine la rivolta si rivela personale, starà al nuovo performer decidere se sostenerla e diffonderla.
Raffaele Parini
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Qual è la tua rivolta interiore? Quella parte dell’anima da mantenere giovane e fresca, da preservare dall’invecchiamento? Questi i significati fondamentali di Rivolti, opera di MOMEC per uno spettatore. È stata per me la prima volta in uno spettacolo per singolo e l’esperienza è stata sicuramente particolare. Le due stanze, addobbate con fiori appassiti e freschi, con pareti nere e pareti bianche simboleggiano la rigidità, condizione nella quale spesso cadiamo, e la duttilità che invece dobbiamo preservare. “Non è mai troppo tardi…” questo il messaggio di MOMEC. Bisogna sollevarsi dall’ignavia e portare avanti il proprio essere, senza farsi abbattere e senza irrigidirsi. Un modo per farlo? Farsi stimolare dall’Arte. L’inizio della rappresentazione è segnata dalla “degenerazione lessicale” della canzone popolare “finché la barca va”. La barca diventa prima una bara e poi una guerra: “Finché la guerra va, lasciala andare, finché la guerra va, tu non tremare…”
Paolo Meneghetti