
Lo spettacolo prende spunto dal romanzo Frankenstein, ma non ne propone un semplice adattamento. Infatti si concentra sulla trasformazione del Mostro: da essere che desidera essere accettato a figura dominata dalla rabbia e dal desiderio di vendetta. Qui l'odio non nasce spontaneamente, ma è la conseguenza dell'esclusione, del rifiuto e della solitudine. L’opera mescola azioni recitate dal vivo e in video tramite la proiezione di un filmato che serve anche a scopi narrativi. Inoltre, viene usata una livecam che inquadra gli attori come se fossero in un'intervista oppure per rappresentare il diario di bordo del capitano (richiamando così il libro). Lo spettacolo collega la vicenda di Frankenstein a temi contemporanei come l'emarginazione, il pregiudizio, il bullismo e l'esclusione sociale. Tuttavia, alcune azioni sceniche risultano difficili da interpretare e potrebbero lasciare disorientata una parte del pubblico. In certi momenti la rappresentazione rischia infatti di confermare l'idea, spesso associata all'arte contemporanea, di un linguaggio poco immediato e non sempre comprensibile. Nel suo complesso l'ho trovato uno spettacolo in grado di intrattenere, ma che forse non è adatto a un pubblico poco abituato a questo genere di arte teatrale.
Vincenzo Maria Miceli
Lo spettacolo Frankenstein (history of hate) si apre con un filmato rappresentante una donna vestita di abiti settecenteschi che cammina lungo sentieri scoscesi, immersa nei terreni brulli e rocciosi della montagna. A seguire, inizia la performance dagli attori, sostenuta dallo schermo sullo sfondo dove viene proiettato il lungometraggio vero e proprio.
Lo spettacolo si costituisce di una concatenazione a più livelli rappresentativi, tra cui lo schermo posto come scaenae frons, una forma ovale in cui vengono proiettate le immagini delle live cam degli attori e questi stessi che recitano o si muovono nello spazio a loro deputato.
Questo “film performato”, ovvero un filmato che per veicolare i propri contenuti è coadiuvato dall’azione, dalla parola e dalla gestualità in vero degli attori fisicamente presenti, racconta la storia di odio verso se stesso e, di conseguenza, verso il mondo di Frankenstein, alla continua ricerca di un mostro, che rappresenterebbe un alter ego di sé.
All’interno della narrazione sono inseriti i tradizionali personaggi del racconto di Mary Shelley, variati tuttavia i nomi, con l’aggiunta di figure alternative.
I personaggi si muovono all’interno del palco con trasporto fisico ed emotivo.
Il racconto procede gradualmente e segue la storia dei tre personaggi principali: il mostro, Frankenstein e il marinaio. Tutti e tre sono dotati di live cam, con cui inquadrano alternativamente i loro occhi, le loro labbra e i loro corpi, a seconda di quale sia la finalità espressiva.
Al termine dello spettacolo, compare nello schermo ovale posto in primo piano una serie di “interviste”, in cui gli intervistati propongono la loro percezione della parola “odio”.
Il tono solenne e l’accompagnamento musicale forte, ma cupo dello spettacolo, lo hanno reso un connubio di irrealtà e realtà. Il clima tenebroso e oscuro conferisce la suddetta irrealtà, mentre la storia d’odio e continua ricerca rappresentano la realtà: la natura umana è infatti caratterizzata da tali prerogative.
Il momento finale, soprattutto, in cui si esorta a lasciare andare l’odio, è una situazione in cui ci si può dedicare appieno all’introspezione, domandarsi cosa noi odiamo e cosa possiamo fare per evitare le conseguenze spiacevoli dell’odio stesso.
La malinconia e la tristezza di una storia conclusasi in tragedia colgono lo spettatore, che, nel mio caso, non riesce ad empatizzare completamente.
Di fatti, la moltitudine di livelli rappresentativi, le lingue variabili (tra italiano, inglese e cinese), la musica forte e dirompente, le parole scritte, le voci degli attori costituiscono fonte di disorientamento per l’osservatore, che si ritrova spaesato e non sa dove posare lo sguardo.
Lo stesso alternarsi di voci e personaggi risulta lievemente confusionario e manca una precisa linearità della storia, a mio avviso.
La complessità di comprensione e interpretazione della stessa costituisce il punto focale per cui lo spettatore possa trovare difficile empatizzare con ciò a cui assiste.
Tuttavia, la musica e le parole sentite e sincere degli attori hanno la loro forza ed emerge comunque un livello elevato di pathos.
Gaia Giust
Frankenstein (history of hate) della compagnia teatrale Motus è cinema, è teatro, è videoarte.
Attraverso l'impiego di un grande schermo sullo sfondo in cui vengono proiettati filmati autonomi e azioni fisiche su un palco scenico, spesso riprese a distanza ravvicinata con una videocamera che riporta le immagini su un altro schermo, molto più piccolo, tondo e posizionato sul palco stesso, viene riproposta la narrazione del romanzo "Frankenstein" di Mary Shelley, in particolare la parte finale: quella della caccia del dottor Frankenstein alla Creatura (o il Mostro).
Non è un adattamento in costume. Fatta eccezione per le prime immagini proiettate sullo schermo prima dell'inizio dello spettacolo, in cui si vede una donna in un abito blu d'altri tempi camminare per sentieri e boschi con il mare sullo sfondo, gli attori sulla scena e sullo schermo che appaiono successivamente indossano abiti e utilizzano oggetti dell'epoca odierna.
Alcuni esempi: la Creatura è bardata sotto un impermeabile lungo e nero, una fascia nera sulla bocca, e indossa dei grandi occhiali scuri. Il dottor Frankenstein appare nel filmato in una scena in cui, sfiancato ma pieno d'odio, continua a dare la caccia alla Creatura portandosi appresso un trolley. In altre scene del filmato la Creatura viaggia a bordo di un quad.
Degli ecomostri in rovina sono spesso protagonisti delle immagini.
Lo spettacolo vuole essere una riflessione sull'odio: da dove nasce? che cosa lo tiene in
vita? che effetti provoca? È solo odio puro o contiene in sé anche amore e tenerezza?
Una riflessione che non rimane teorica ma arriva ad essere denuncia concreta dell'odio perpetrato in varie forme: le ingiustizie civili e sociali della vita di tutti i giorni, la violenza e lo stupro, fino ad arrivare alla denuncia genocidio del popolo palestinese.
Davide Baratto
"Frankenstein (History of hate)", della compagnia Motus, vorrebbe porsi come una rivisitazione in chiave contemporanea del classico di Mary Shelley. Lo spettacolo cui ho assistito ad Opera Prima è la seconda parte di un dittico (a love history - history of hate), alla prima parte del quale io, come molti altri spettatori lì presenti, non avevo assistito. Detto ciò, lo spettacolo si strutturava come un costante dialogo tra corpi in scena e corpi proiettati su un grande schermo posto sul fondale, sia in presa diretta (attraverso una telecamera in scena), che videoregistrati (attraverso la proiezione di video realizzati in modo cinematografico mesi prima in diversi luoghi della Calabria, con predominanza della costa e del mare). Tre attori in scena (una persona trans di origine asiatica, un uomo di colore e l’attore storico della compagnia), usavano telecamere e compivano piccole azioni focalizzate da una telecamera che ritagliava dettagli e li proiettava sullo schermo. A tratti recitavano testi, amplificati da microfoni, dell’opera originale di Mary Shelley. Nei video registrati e proiettati sullo schermo, gli stessi attori, a cui si aggiungeva una donna, recitavano alcune scene di cui ho potuto cogliere il riferimento all’opera originale (ad esempio la fuga del mostro da una nave in mezzo ai ghiacci), ed altre più oniriche, simboliche e sperimentali.
Sicuramente, quella dei Motus è un’opera originale per molti aspetti: colpisce l’uso della settima arte e la qualità estetica delle composizioni fisiche e dei video. Tuttavia, lo spettacolo tende a risultare slegato, esagerato e senza una vera esigenza di fondo. Slegato perché vengono messe insieme tante cose diverse da cui non traspare alcuna premessa che vorrebbe essere dimostrata: vengono inserite senza un comprensibile motivo scene del backstage, testi direttamente tratti dall’opera originale (che dunque finiscono per stridere con la natura sperimentale e contemporanea dei video) fino alla visione di un motociclista in tuta nei panni di Frankenstein. Esagerato, perché molti
espedienti tecnici, anche ad alto budget (ad un certo punto nel film compare un vero elicottero mentre un attore in scena ne pilota un modellino elettrico in miniatura) finiscono per dare l’impressione di espedienti estetici senza un fine che non sia la spettacolarizzazione necessaria a mantenere alta l'attenzione (in completa antitesi al teatro povero di Grotowski). Senza un’esigenza di fondo, perché se si voleva tematizzare il tema dell’esclusione, dell’odio e della discriminazione del brutto e del diverso (a cui sembrava tendere la scelta dei corpi degli attori), il compito appare fallito a favore di un’opera che pare voglia essere applaudita fin dall’inizio per la complessità della sua realizzazione (e che di fatto viene applaudita nei circoli newyorkesi, come arte concettuale che fa sentire più intelligenti coloro che applaudono). Si può sintetizzare l’esperienza creata dai Motus con una domanda metariflessiva da porgli, tratta da un frammento di Mary Schelley utilizzato anche in scena: “Perché hai dato forma a un mostro tanto orrendo da far ritrarre disgustato persino tu, che l'hai creato?”. Solo così potrei trovare una chiave ermeneutica apparentemente sensata: è la forma stessa dell’opera un modo per suscitare
l’odio che perseguitava il mostro di Frankenstein? Se sì, a quale scopo?
Cosimo Munaro