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Sara Vilardo, Sirene

Che cos’è un viaggio? È un evento fisico tra un oggi e un domani? Un percorso tra un punto A e un punto B? È un solcare terreni mai battuti per poter dire di averli conosciuti? Oppure il viaggio è un passo oltre l’orizzonte delle proprie esperienze, l’allontanamento dalla casa paterna, di mattoni e di malta, e l’acquisto di una, più o meno grande, di sogni e fantasie? Oppure, ancora, viaggio è ritrovare noi stessi, la propria identità e umanità, fuggendo da un fuoco di paura e schiavitù? Dunque il viaggio sarebbe una rinascita, talvolta, pagata a caro prezzo, con il sudore e il sangue del proprio cammino. Che cos’è casa e cosa saremo disposti ad abbandonare per inseguire il nostro futuro? Definirei Sirene un’opera chiaroscurale, che si muove tra luci ed ombre, tra la vista e la cecità, tra il conosciuto e l’ignoto e che spinge lo spettatore, partecipe e protagonista dell’opera, ad affrontare un viaggio all’interno delle proprie esperienze e delle proprie scelte. L’appartamento, ordinatamente disordinato, da dove è partito il viaggio, restituisce al pubblico un senso di possibile quotidianità e familiarità. Successivamente, chiusi gli occhi, indossate le cuffie e usciti dalla “casa” quella sicurezza svanisce. Ritengo che la scelta di iniziare da quel punto non fosse casuale, ma carica di un preciso valore simbolico, perno e incipit del viaggio. Il distacco tra il dentro e il fuori, tra il passato e la volontà di incamminarsi in un lungo viaggio. Quella di Sirene è un’esperienza multisensoriale interattiva che coinvolge tutti i cinque sensi, dal tatto all’olfatto, dal gusto alla vista e soprattutto all’udito. Camminando per le vie della città, ascoltando la narrazione e le suggestioni dell’io narrante, ci si trasferiva in una realtà nuova, cristallizzata nella dimensione urbana. I suoni della città, della natura, le voci e la musica ambientale costituivano il comparto sonoro del nostro viaggio. Gli odori svariavano tra i più disparati, tra il centro e le aree verdi della città. La nostra vista, i nostri occhi si trasformavano in una ideale camera da presa, volta a catturare un lungo piano-sequenza di quel racconto itinerante, seguendo l’attenta direzione dell’artista. Curioso era a volte vedere coloro che erano al di fuori dello spettacolo. I loro sguardi, i loro gesti e le loro espressioni. Durante tutta la durata di quel viaggio sembrava di essere all’interno di un tunnel che divideva lo spettatore dall’esterno, attraverso una parete invisibile in cui le strade di Rovigo fungevano da enorme palcoscenico.

Lorenzo Campice

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Io vedo un appartamento ordinato nel suo disordine, accogliente e familiare.

Io vedo posti di Rovigo, abbandonati e non.

Io vedo spazi verdi e vegetazione che cresce libera.

Io sento i suoni della natura e le voci attraverso le cuffie.

Io gusto il sapore di una prugna matura.

Io tocco un sasso che poi lancerò nell’acqua.

Io tocco ed annuso il profumo del rosmarino, al quale toglierò le foglie aghiformi.

Io tocco e scavo della terra sotto la quale seppellirò un seme.

I temi di questo soundwalk journey sono, senza dubbio, le parole “casa” e “viaggio”.  Quando parti, porti con te una valigia con le cose che ti serviranno per il viaggio, non sono tutte quelle che hai, perché sai che tornerai. E se non dovessi più far ritorno? Cosa non riusciresti a lasciare, cosa verrebbe sempre con te? Né puoi scegliere solo quattro, che man mano che compirai il tuo cammino abbandonerai. 

Quando ti fermerai, sosterai in un luogo o deciderai di abitarci, chiamerai “casa” l’edificio in cui vivrai, ma “casa” non sono quattro pareti, non sono un tetto, non sono un letto. Sono ciò che dentro ti porti,  ciò che ti fa stare bene, sono una persona. Quello che ho colto e che penso che la performer volesse comunicare, è che non importa dove sei, dove andrai e dove starai, conta con chi vai, perché vai, il tragitto che farai, le cose che porterai.

Deborah Bedendo

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Si tratta di uno spettacolo itinerante attraverso la città, il pubblico non osserva e basta ma partecipa alle attività proposte, ascoltando attraverso delle cuffie effetti sonori del paesaggio, musica calma e una voce che fa da guida e richiama l’attenzione a temi che riguardano scelte di vita.

La ritengo un’esperienza formativa che permette di riflettere e provare emozioni soffermandosi su aspetti della vita che spesso diamo per scontati. Nonostante il poco tempo per ogni tappa ha sicuramente lasciato impresso un pensiero o un’emozione in ogni partecipante.

Martina Dicati

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Durante la serata del 26 giugno ho avuto l’opportunità di prendere parte all’opera di Sara Vilardo intitolata Sirene. L’opera è certamente peculiare: lo spettatore è chiamato ad utilizzare tutti e cinque i sensi e a riflettere sul proprio essere e sulle proprie scelte. L’intento dell’opera (smuovere l’animo e far riflettere) era chiaro, talvolta accompagnato da un forte senso di malinconia e da decisioni improvvise che lo spettatore era tenuto a prendere in poco tempo. L’opera presupponeva quasi l’obbligatorietà di un peso interiore di cui liberarsi, che non è scontato. Si tratta di una creazione certamente originale e da sperimentare, lasciandosi trascinare dall’artista in luoghi conosciuti e non, affollati e non, abbandonando parti di sé (sotto forma di bigliettini che nominano le cose a ciascuno più care) per realizzare che “casa” non è solo l’edificio fisico ma è ciò che si ha dentro. L’itinerario lungo la città di Rovigo era studiato ad hoc ma talvolta non sono riuscito a mantenere la concentrazione a pieno sullo spettacolo. Mi è rimasto un dubbio: la scelta del titolo. 

Paolo Meneghetti

Sirene è un viaggio che si basa sia sull’itinerario nella città di Rovigo sia, principalmente, sull’esperienza personale, privata ed introspettiva che affronta ogni partecipante.

Un gruppo di quindici persone viene guidato a svolgere un percorso a tappe. In primo luogo si viene ospitati calorosamente in un’abitazione in cui viene offerto del cibo, per poi proseguire con l’intera esperienza: a ogni partecipante vengono consegnate delle cuffie per ascoltare le voci, la musica e vari suoni come il rumore dei ciottoli e sassi sull’asfalto, lo scorrere dell’acqua, lo spezzarsi dei ramoscelli sotto i piedi…

Dal mio punto di vista questo viaggio riflessivo sprona i partecipanti a concentrarsi su sé stessi e pensare, forse per la prima volta, al concetto personale di “casa”. 

Serena Bacchiega

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Sirene di Sara Vilardo consiste in una meditazione itinerante attraverso la città. Lo spettatore è chiamato a immedesimarsi in Odisseo per affrontare, attraverso piccoli rituali, come seminare un seme con l’idea di una cosa a noi cara della nostra casa, il tema della scelta dell’abbandono come parte naturale e inevitabile del tortuoso viaggio che è la vita. 

Raffaele Parini

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Sirene è una performance partecipativa nella quale bisognava riuscire a lasciar andare quattro cose a noi molto care, o meglio quattro cose che ci porteremmo via se dovessimo lasciare casa, in diversi luoghi di Rovigo. 

Dalla performance in me è emerso, oltre a quanto siamo legati a ciò che consideriamo casa e a quanto sia difficile lasciarla, anche un senso di colpa nel momento in cui abbiamo dovuto abbandonare le quattro cose da cui ci era più difficile separarci. 

Giulia Saccani

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Ho sentito la musica nelle cuffie.

Ho sentito i rumori delle città (macchine, persone parlare, lavori in corso…).

Ho sentito odori diversi, profumi dei fiori nei giardini e odori sgradevoli nei luoghi abbandonati.

Ho sentito la voce dei narratori che mi accompagnavano nelle cuffie. 

Lo spettacolo Sirene è un’esperienza di riflessione che coinvolge completamente lo spettatore, il quale non si può più chiamare tale. Tutto parte dall’effettiva casa di qualcuno, nella quale viene offerto da bere e da mangiare e, dopo una breve lettura introduttiva, vengono consegnate le cuffie, un elemento fondamentale che accompagnerà chi partecipa durante tutto il viaggio. Con le cuffie in testa si raggiungeranno diversi punti della città di Rovigo, che vogliono richiamare alcune destinazioni dell’Odissea di Ulisse, verranno poste domande personali riguardanti il tema conduttore, quello della casa. Dove ci si sente a casa? In quali luoghi? Con quali persone? A queste domande ognuno deve rispondere scrivendo su un foglietto o pensando tra sé e sé. 

Leone Marzola

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Lo spettatore, se così può essere definito vista la forma dell'opera, viene condotto simultaneamente in un percorso fisico tra i luoghi della città, resi più vivi dai suoni delle cuffie, e in un percorso interno, fatto di riflessioni e sensazioni, in un viaggio che apre e chiude cicatrici vere o immaginate, rendendo questa distinzione pressoché inesistente.

Durante questo cammino, che valorizza luoghi che altrimenti passerebbero inosservati, smonta pezzo per pezzo la nostra idea di casa, la nostra sicurezza, fino a toccare l'identità più profonda della persona. Un percorso di alti e bassi, che priva lo spettatore -o il vero protagonista?- di ogni certezza prima di dare loro un messaggio di speranza. 

Agata Maculan

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Sirene è stata una performance partecipativa dove lo spettatore veniva accompagnato in una camminata attraverso la città di Rovigo.  La performance ha coinvolto quasi tutti i sensi. In particolare l’udito, poiché si era muniti di cuffie dalle quali si ascoltavano rumori, suoni, parole e poesie; l’olfatto poiché si chiedeva di annusare del rosmarino e anche il gusto era coinvolto perché durante la performance abbiamo gustato nel completo silenzio una prugna. Il tema centrale era il concetto di viaggio e di casa e proprio per questo motivo all’inizio, dopo averci offerto da bere e da mangiare in una casa privata, ci hanno fatto scrivere su un biglietto 4 cose che non avremmo voluto abbandonare se ce ne fossimo dovuti andare da casa. Successivamente, in ogni tappa, abbiamo dovuto lasciare un bigliettino, fino ad arrivare all’ultima tappa dove abbiamo piantato la cosa più importante per noi. Per me, questa esperienza, aveva l’obiettivo di scavare dentro noi stessi alla ricerca di ciò che riteniamo davvero importante e la cosa più importante di portarla nel cuore, piantarla e coltivarla per far nascere qualcosa di nuovo, grande e bello.

Gabriele Magno