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TEATRI DI VITA - SETTE BAMBINE EBREE un'opera per Gaza

Sette bambine ebree è un’opera costruita su sette dialoghi e un monologo finale che ripercorrono momenti cruciali della storia, dalle persecuzioni naziste fino ai bombardamenti contemporanei su Gaza. Al centro, la figura dell’infanzia: non rappresentata direttamente, ma evocata attraverso il meccanismo ripetitivo di due frasi, “Dille che…” e “Non dirle che…”, che adulti – una nonna, un padre e una madre – pronunciano rivolgendosi idealmente a una bambina. Le parole cambiano tono e contenuto nel corso dei quadri, rivelando una trasformazione inquietante: da popolo vittima a popolo carnefice, da dolore a rimozione, da memoria a giustificazione.

In scena ci sono tre attori principali: un’attrice più anziana, che interpreta prima una suora e poi la nonna, e una coppia nel ruolo dei genitori. Dopo il primo quadro, entra in scena anche un uomo con una carriola e un rastrello. In secondo piano, senza mai intervenire nel dialogo, egli si occupa di rastrellare le foglie secche sparse a terra, dividendole e raggruppandole, forse a rappresentare simbolicamente la morte o il destino delle sette bambine.

Lo spettacolo è asciutto, quasi liturgico, fatto di parole soppesate e gesti essenziali. Verso la fine, una piscina gonfiabile viene portata in scena: i tre attori vi entrano, apparentemente ignari del contesto tragico che li circonda, segnando il culmine della perdita di consapevolezza e della rimozione morale. A rompere il silenzio è, per la prima e unica volta, l’uomo con il rastrello.

Parla nel microfono sospeso a un albero al centro della scena, ripetendo le stesse frasi ascoltate in precedenza, ma cambiando completamente la prospettiva, il soggetto a cui sono rivolte.

Il suo intervento finale dà un senso all’intero spettacolo: ci mostra come la sofferenza, se non compresa, venga semplicemente trasmessa ad altri, perpetuando il ciclo della violenza. Chi ha subito il male non ha imparato che non va inflitto di nuovo, e così continua a farlo, con nuove giustificazioni.

Quando lo spettacolo termina, resta solo l’oscillazione del microfono al centro della scena. Quel movimento, apparentemente banale, può essere visto come un’immagine simbolicamente significativa: come a dire che ci sarà sempre qualcuno pronto a ripetere le stesse parole, le stesse giustificazioni, finché l’uomo non imparerà davvero a non fare del male.

Nicola Bertoli