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Teatro del Lemming, Chiamata pubblica

La chiamata proposta dal Teatro del Lemming è stata una sfida lanciata a chiunque desiderasse parteciparvi, per sperimentare il metodo di lavoro della Compagnia, incentrato sul rapporto fra attore e spettatore ed è diviso in tre fasi: ascolto, adeguamento ed infine dialogo. L’attività era divisa in tre parti: la prima nella quale Massimo Munaro ci ha illustrato in cosa consistesse il rapporto attore-spettatore; la seconda in cui farsi guidare, in due esercizi, sia dalla musica che da una persona a noi sconosciuta; la terza interessata a un lavoro collettivo (sia a coppie che in gruppo) basato sul seguire e cercare l’altro. 

Ritengo che l’attività, riuscendo a creare uno spazio intimo tra sconosciuti all’interno di un luogo pubblico, permetta di esprimere a pieno sé stessi tramite il movimento.

Giulia Saccani

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Chiamata pubblica è un laboratorio a cui si poteva partecipare in due modi distinti: se venivi vestito di bianco potevi partecipare attivamente, mentre potevi partecipare passivamente se stavi solo a guardare. Il laboratorio si è tenuto in uno spazio aperto, pubblico. Nella prima parte nei giardini delle due torri, la seconda in piazza Vittorio Emanuele. Ho percepito con il senso dell’udito la voce del conduttore del laboratorio che con un sottofondo musicale guidava i miei movimenti. All’inizio bisognava muovere una sola parte del corpo, successivamente abbiamo ballato e ci siamo mossi nello spazio sempre con l’ausilio di un sottofondo musicale e le guide di questa voce. Nella seconda parte del laboratorio, invece, ci siamo divisi in coppie. Una persona teneva gli occhi chiusi e l’altra con gli occhi aperti aveva il compito di accompagnarla e farle da guida, come fosse il suo angelo custode. Mentre si avevano gli occhi chiusi la percezione del mondo era stravolta, si pensava solamente al farsi trasportare e guidare da quella persona che, per me era un estraneo ma che, in quel momento, rappresentava la persona amata. Secondo il mio parere con questo laboratorio il Teatro del Lemming voleva muovere emozioni forti all’interno delle persone che vi partecipavano. Sostengo che fosse mirato soprattutto al lasciarsi andare e farsi trasportare dal momento e da una persona estranea alla propria vita, per condividere la vera essenza del teatro.

Gabriele Magno

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La Chiamata pubblica si presenta come un vero e proprio laboratorio trasversale aperto all’intera città di Rovigo, dove imbarazzo e paura di sentirsi fuori luogo scompaiono per fare spazio alla complicità tra i singoli partecipanti, che ben presto appaiono appartenenti a una singola entità.

Tale laboratorio si basa sul dialogo silenzioso e sull’incontro fisico a cui ci si abbandona totalmente durante l’attività.

Questa esperienza, della durata di circa tre ore, si è sviluppata in due fasi: la prima nel giardino delle due torri, la seconda in piazza Vittorio Emanuele II.

Era possibile partecipare come componente attivo (a cui era richiesto di vestire di bianco) o come osservatore passivo.

Personalmente, come partecipante attivo, penso che l’attività sia stata particolarmente coinvolgente. Inizialmente ci si trovava in una condizione di ascolto in cui si avevano entrambi gli occhi chiusi. La privazione del senso della vista permetteva di essere proiettati in una nuova dimensione, nella quale tutti gli altri sensi si amplificano perché, come ha detto il conduttore Massimo Munaro, “chiudere gli occhi permette di immaginare ed insieme ci precipita al fondo della realtà, sollecitando i mondi inconsci dello spettatore”.

La prima parte ha visto come protagonisti principali i sensi dell’udito e del tatto.

Infatti in una prima fase ci si trovava completamente concentrati nell’ascolto del conduttore, che invita i partecipanti alla Chiamata a muovere le singole parti del corpo seguendo il ritmo della musica come sottofondo. Gradualmente si è poi arrivati a ballare (mantenendo sempre gli occhi chiusi) e a muoversi liberamente trascinati dalla melodia.

Il laboratorio è proseguito con un lavoro a coppie in cui non è più stato fondamentale preoccuparsi delle proprie azioni, ma è stato necessario fidarsi, lasciarsi guidare e condurre da uno sconosciuto che in quell’esatto momento rappresentava una persona a noi cara, vicina e fidata.

Basandomi sulla mia esperienza personale posso dire che sia stato interessante e quasi sentimentale soffermarsi su piccoli dettagli dell’ambiente circostante, grazie all’uso esclusivo del senso del tatto, con il quale ho analizzato la corteccia ruvida degli alberi, l’erba asciutta del parco e ho rivolto l’ attenzione ai movimenti del mio corpo, al contatto con l’altra persona, al vento fresco e al calore del sole sulla pelle.

Dal mio punto di vista è stata una esperienza completamente nuova, perfetta per chi è incuriosito e volenteroso di sentire e scoprire una nuova realtà.

Serena Bacchiega